Caldo, siccità e caccia in Toscana gli ambientalisti chiedono di fermare la caccia

Una PEC inviata ai 257 Comuni toscani chiede ai sindaci di attivarsi presso la Regione per sospendere o ridurre la caccia nelle giornate del 2 e 6 settembre. Ma la richiesta non equivale a una sospensione della caccia: vediamo cosa prevede realmente la legge e quali sono i passaggi necessari.
Una nuova questione entra nel dibattito sulla prossima stagione venatoria in Toscana.
Il 14 agosto 2026 Italia Nostra Toscana, insieme a numerose associazioni ambientaliste e animaliste, ha inviato tramite PEC un appello ai 257 Comuni della Toscana, chiedendo ai sindaci di attivarsi presso la Regione per tutelare la fauna selvatica dalle condizioni climatiche dell’estate 2026.
La richiesta riguarda in particolare le giornate del 2 e 6 settembre, previste dal calendario venatorio, e consiste nel chiedere alla Giunta regionale un divieto temporaneo dell’attività venatoria sull’intero territorio comunale oppure, in alternativa, misure per ridurne l’attività.
È importante però chiarire subito una cosa:
la caccia non è stata sospesa.
E soprattutto, non sono stati i sindaci a decidere di chiedere autonomamente la chiusura della caccia.
Sono state le associazioni a inviare una PEC ai Comuni chiedendo loro di attivarsi attraverso gli strumenti previsti dalla legge regionale.
Perché è stata inviata la PEC?
La motivazione indicata dalle associazioni riguarda le condizioni climatiche dell’estate 2026.
Secondo i dati citati nell’appello, il bimestre giugno-luglio sarebbe stato il secondo più caldo registrato in Toscana dal 1955, mentre vengono segnalate anche condizioni di deficit pluviometrico e un peggioramento della situazione relativa alla disponibilità delle risorse idriche.
Le associazioni sostengono che caldo estremo e siccità possano provocare nella fauna selvatica:
- maggiore stress;
- riduzione delle risorse alimentari;
- diminuzione della disponibilità di acqua;
- prosciugamento degli ambienti umidi;
- aumento della mortalità;
- conseguenze sulla riproduzione.
Nella richiesta vengono inoltre richiamate indicazioni attribuite a ISPRA sugli effetti delle condizioni climatiche estreme sulla fauna.
Il caldo è un problema. Ma quanto incide sulla caccia?
Che temperature elevate e siccità possano avere effetti sulla fauna è un fatto che merita attenzione.
Ma una decisione sulla caccia richiede un passaggio ulteriore.
Bisogna cioè distinguere tra:
dati climatici e dati sulle popolazioni faunistiche.
Sapere che una determinata estate è stata molto calda ci dice qualcosa sulle condizioni ambientali.
Ma per stabilire se sia necessario sospendere la caccia sarebbe importante sapere anche:
- quali specie sono effettivamente in difficoltà;
- quali sono le consistenze delle loro popolazioni;
- quali variazioni sono state registrate rispetto agli anni precedenti;
- se siano stati registrati aumenti della mortalità;
- se vi siano stati problemi documentati nella riproduzione;
- quali territori risultino maggiormente interessati;
- quale sia l’effetto stimato del prelievo venatorio;
- se il problema riguardi tutte le specie o soltanto alcune.
Questo non significa negare il problema climatico.
Significa chiedere il collegamento tra il problema climatico e la decisione venatoria.
Perché dire:
“Il caldo ha messo sotto stress la fauna“
è una considerazione generale.
Dire invece:
“Questa specifica popolazione si trova in queste condizioni e il prelievo previsto a settembre rappresenterebbe un ulteriore fattore di rischio tale da rendere necessaria la sospensione“
è una valutazione faunistica.
Ed è quest’ultima che dovrebbe guidare una decisione amministrativa.
Ma la fauna non si adatta alle condizioni ambientali?
Anche questo aspetto merita di essere considerato senza semplificazioni.
Gli animali selvatici non rimangono necessariamente immobili di fronte alle variazioni climatiche.
A seconda della specie possono modificare:
- gli orari di attività;
- le zone frequentate;
- le aree utilizzate per alimentarsi;
- i luoghi di riposo;
- gli spostamenti.
Questo non significa che il caldo non abbia effetti negativi.
Significa che l’effetto deve essere valutato specie per specie e territorio per territorio.
Ed è proprio per questo che un provvedimento generalizzato dovrebbe essere accompagnato da una valutazione altrettanto generale e documentata.
Cosa può fare adesso concretamente la Regione?
La Regione, ricevute eventuali richieste dai Comuni, dovrà valutare la situazione.
Potrà quindi:
Lasciare tutto invariato
Se riterrà che non siano presenti condizioni sufficienti per modificare il calendario.
Ridurre l’attività venatoria
Adottando misure più limitate rispetto a una sospensione totale.
Limitare la caccia in determinate zone
La normativa contempla la possibilità di intervenire territorialmente quando siano presenti condizioni che lo rendano necessario.
Disporre un divieto temporaneo
Se riterrà dimostrata la necessità di proteggere la fauna, la Regione può utilizzare lo strumento previsto dalla normativa regionale per vietare temporaneamente l’attività venatoria nelle zone interessate.
Quindi non esiste necessariamente soltanto il binomio:
caccia aperta / caccia chiusa.
La legge permette anche interventi più mirati.
Cosa succederà adesso?
La PEC, da sola, non modifica il calendario venatorio.
Adesso bisognerà capire:
quali Comuni risponderanno;
quali sindaci presenteranno effettivamente una richiesta alla Regione;
quali motivazioni verranno utilizzate;
quali dati saranno prodotti a sostegno delle richieste;
e quale sarà la decisione della Giunta regionale.
Fino a eventuali nuovi provvedimenti, il riferimento rimane il calendario venatorio regionale approvato con la DGR 679 dell’8 giugno 2026.
Una questione che merita una risposta seria
La tutela della fauna non dovrebbe essere una guerra tra cacciatori e ambientalisti.
Se il caldo e la siccità hanno realmente prodotto condizioni eccezionali per determinate popolazioni, è giusto intervenire.
Ma se si chiede di modificare un calendario venatorio già approvato, è altrettanto legittimo chiedere di conoscere quali dati dimostrino la necessità e la proporzionalità dell’intervento.
Non basta sapere che:
fa caldo.
Bisogna sapere:
quali animali stanno realmente soffrendo, quanto stanno soffrendo, dove, e quale ruolo avrebbe la caccia nel peggiorare quella situazione.
Se la risposta sarà documentata, potrà essere valutata.
Se il problema riguarderà soltanto determinate specie o determinate aree, potranno essere valutate misure mirate.
E se invece i dati dimostreranno che non esiste un impatto tale da giustificare la sospensione, anche questa dovrà essere una decisione motivata.
Perché la gestione della fauna selvatica dovrebbe avere un principio semplice:
