Caccia e Sentenze dell’Ultimo Minuto: Perché la Giustizia Amministrativa Decide i Nostri Calendari?

Ogni anno, con l’avvicinarsi di settembre, il mondo venatorio italiano vive una sorta di surreale “déjà-vu“. I cacciatori preparano i cani, completano le pratiche burocratiche, verificano le attrezzature e ultimano la ricarica dei cartucciami per l’apertura. Eppure, fino a poche ore prima di imbracciare il fucile, nessuno ha la certezza assoluta di quali specie si potranno insidiare, in quali giornate o se la preapertura ci sarà affatto.
A decidere i tempi e i modi della nostra passione non sembrano essere più la pianificazione faunistica o la biologia dei selvatici, ma le aule dei Tribunali Amministrativi Regionali (TAR) e del Consiglio di Stato.
Perché siamo arrivati a questo punto? Quali sono le dinamiche dietro i continui ricorsi e, soprattutto, come può la caccia moderna difendere la propria legittimità?
La dinamica dei ricorsi: un meccanismo collaudato
Il meccanismo è ormai noto. La Regione emana il Calendario Venatorio regionale; le associazioni ambientaliste ed animaliste presentano ricorso al TAR contestando singoli punti (date di apertura/chiusura, preaperture, specie prelevabili, valichi montani); il TAR concede quasi sistematicamente sospensive cautelari in attesa del merito, oppure le Regioni controricorrono al Consiglio di Stato (o al CGARS in Sicilia).
In questa rincorsa legale, il cacciatore si trova bloccato in un limbo di incertezza fino al giorno prima dell’uscita sul campo.
Ma ridurre il problema a una semplice “guerra tra cacciatori e ambientalisti” sarebbe superficiale. Il nodo della questione è giuridico e procedurale: i calendari venatori cadono sotto i colpi dei ricorsi quando sono vulnerabili sul piano formale e scientifico.
Il ruolo dell’ISPRA e la motivazione degli scostamenti
In Italia, il punto di riferimento scientifico per la gestione faunistica è l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). L’ISPRA fornisce un parere consultivo sui calendari venatori proposti dalle Regioni.
Le Regioni hanno la facoltà di discostarsi dalle indicazioni dell’ISPRA (ad esempio sulle date di chiusura o sulle specie in preapertura), ma la legge e la giurisprudenza amministrativa impongono un requisito fondamentale: l’obbligo di rigorosa e puntuale motivazione scientifica.
Quando una Regione approva un calendario discostandosi dal parere dell’ISPRA senza supportare la decisione con dati tecnici, censimenti aggiornati e studi faunistici locali ineccepibili, la delibera diventa un bersaglio facile per qualsiasi ricorso. Il giudice amministrativo non valuta l’opportunità politica o la tradizione, ma la legittimità dell’atto: di fronte a un parere tecnico negativo non smentito da altrettante evidenze scientifiche, il blocco del calendario è quasi inevitabile.
Dati scientifici e Key Concepts: l’unica vera difesa
La caccia del XXI secolo non può più essere difesa con la sola leva della tradizione o della passione. L’unica strada percorribile per garantire certezze al settore è la scienza applicata alla gestione faunistica.
Per blindare i calendari venatori contro le sentenze dell’ultimo minuto servono tre elementi chiave:
- Monitoraggi e Cospicua Raccolta Dati: Non ci si può basare su stime datate. Occorrono censimenti sul campo costanti, monitoraggi delle rotte migratorie e banche dati aggiornate sull’impatto dei prelievi.
- Aggiornamento dei “Key Concepts” Europei: I dati di riferimento comunitari sull’inizio della migrazione pre-riproduttiva e sulla fine della riproduzione devono rispecchiare le reali dinamiche territoriali attuali, spesso mutate a causa dei cambiamenti climatici.
- Piani di Gestione Nazionali per Specie in Sofferenza: Specie come la Tortora selvatica o la Coturnice richiedono Piani d’Azione Nazionali basati sul prelievo adattativo. Dove questi piani mancano o non vengono applicati con trasparenza, il blocco giudiziario è quasi matematico.
Il ruolo del cacciatore verso una caccia consapevole
In questo scenario, quale deve essere l’atteggiamento della community venatoria?
Continuare ad addossare le colpe esclusivamente ai magistrati o alle sigle ambientaliste non risolve il problema. È necessario pretendere dalle istituzioni regionali e dalle associazioni di categoria un lavoro preventivo rigoroso, che produca delibere inattaccabili sotto il profilo tecnico.
Come cacciatori, il nostro compito è dimostrare nei fatti che la caccia è uno strumento di conservazione e tutela del territorio. Partecipare ai progetti di monitoraggio (come la consegna delle ali per lo studio delle età dei selvatici o il tracciamento dei prelievi), rispettare rigorosamente i carnieri e promuovere un’etica venatoria incrollabile sono i primi passi per restituire dignità e rispetto alla figura del cacciatore.
La caccia del futuro non si difende strillando sui social, ma portando numeri, dati e cultura biologica nei tavoli decisionali. Solo così si potrà mettere fine alla stagione delle “sentenze dell’ultimo minuto” e restituire al mondo venatorio la serenità e la certezza che merita.
Essere cacciatori oggi significa prima di tutto essere informati.
Rispettare il territorio e difendere il nostro ruolo richiede consapevolezza delle regole e dei dati scientifici. Resta connesso con la community di ModoMirino per non perdere nessun aggiornamento sulla stagione in corso.
