USA, più territorio alla caccia: cosa sta succedendo?

Negli Stati Uniti la caccia torna al centro delle politiche di gestione della fauna e dell’accesso alle terre pubbliche.
Il 13 agosto 2026 il U.S. Fish and Wildlife Service, l’agenzia federale che si occupa della gestione e conservazione della fauna selvatica, ha annunciato quella che definisce la più grande espansione delle opportunità di caccia e pesca nella storia dell’agenzia.
Il provvedimento introduce 1.488 nuove opportunità di caccia e pesca in 111 strutture distribuite in 32 Stati. Per un totale di 92 milioni di acri (37.2 milioni di ettari) l’equivalente di 1,23 volte tutta l’Italia.
Ma cosa significa concretamente?
E soprattutto: perché negli Stati Uniti l’ampliamento dell’accesso alla caccia viene presentato anche come uno strumento di conservazione?
Più di 92 milioni di acri accessibili alla caccia
Il dato più significativo riguarda il National Wildlife Refuge System, una rete di aree pubbliche destinata alla conservazione della fauna e degli habitat.
Secondo il Fish and Wildlife Service, con le nuove disposizioni sono disponibili alla caccia oltre 92 milioni di acri, pari a più del 95% delle terre appartenenti al sistema dei National Wildlife Refuges.
Non significa che ogni area sia aperta indistintamente e senza regole.
Le attività venatorie vengono autorizzate quando risultano compatibili con gli obiettivi di conservazione della singola area. Le modalità, le specie cacciabili, le stagioni e le altre condizioni rimangono quindi regolamentate.
Il provvedimento comprende anche aperture della caccia o della pesca in aree dove queste attività non erano precedentemente consentite e l’ampliamento della caccia alla selvaggina di penna, agli uccelli migratori e alla grande fauna in ulteriori superfici.
Perché gli USA stanno ampliando l’accesso?
La motivazione non è soltanto ricreativa.
Negli Stati Uniti esiste da decenni un sistema nel quale caccia, pesca e conservazione della fauna sono strettamente collegati.
Il principio è relativamente semplice: chi utilizza la risorsa contribuisce anche a finanziarne la gestione.
Uno degli strumenti principali è il cosiddetto Pittman-Robertson Wildlife Restoration Act, nato nel 1937.
Attraverso questo sistema, le imposte federali applicate ai produttori di armi, munizioni e determinate attrezzature per il tiro con l’arco vengono destinate a programmi di conservazione della fauna e degli habitat, ricerca, gestione delle popolazioni, accesso alle aree naturali ed educazione dei cacciatori.
A questi fondi si aggiungono le entrate derivanti dalle licenze di caccia e altre risorse statali.
Nel solo 2026 il programma federale ha destinato agli Stati oltre 1,2 miliardi di dollari per attività di conservazione della fauna e accesso alla natura.
È un modello che negli Stati Uniti viene spesso riassunto con un concetto: “user pays, public benefits”, cioè chi pratica determinate attività contribuisce economicamente a una conservazione che produce benefici per tutta la collettività.
La caccia come strumento di gestione
Il punto interessante è proprio questo.
Nel modello statunitense la caccia non viene necessariamente considerata in contrapposizione alla conservazione.
In determinate condizioni può essere uno degli strumenti attraverso i quali le amministrazioni gestiscono le popolazioni selvatiche, mantengono l’equilibrio degli ecosistemi e finanziano la conservazione degli habitat.
Naturalmente non significa che negli USA “più caccia sia sempre meglio”.
Le decisioni vengono prese sulla base delle caratteristiche delle singole aree e delle popolazioni presenti. Nei National Wildlife Refuges, per esempio, la caccia è consentita quando viene ritenuta compatibile con la finalità dell’area e con gli obiettivi di conservazione.
Ed è proprio questo il punto che spesso viene perso nel dibattito pubblico: ampliare l’accesso alla caccia non significa necessariamente diminuire la tutela della fauna.
Dipende da come viene gestito il territorio, da quali specie vengono interessate e da quali limiti vengono stabiliti.
Stati Uniti ed Europa: due approcci differenti
Il confronto con l’Europa è interessante perché anche nell’Unione Europea la caccia non è vietata in quanto tale.
La Direttiva Uccelli riconosce infatti la legittimità della caccia agli uccelli selvatici come forma di utilizzo sostenibile della fauna, purché il prelievo non comprometta la conservazione delle popolazioni.
La normativa europea individua 84 specie cacciabili nell’Allegato II, lasciando agli Stati membri la regolamentazione concreta dell’attività nel rispetto dei principi comunitari.
La differenza principale è quindi nella struttura della gestione.
Negli Stati Uniti esiste una grande disponibilità di territorio pubblico e una forte responsabilità degli Stati nella gestione delle risorse faunistiche.
In Europa, invece, il territorio è molto più frammentato, densamente abitato e caratterizzato da una lunga storia di trasformazione agricola e urbanizzazione.
E l’Italia?
L’Italia rappresenta un caso ancora diverso.
La legge 157 del 1992 stabilisce che tutto il territorio agro-silvo-pastorale sia sottoposto a pianificazione faunistico-venatoria.
L’obiettivo dichiarato dalla legge è raggiungere e mantenere una densità faunistica ottimale attraverso la riqualificazione delle risorse ambientali e la regolamentazione del prelievo venatorio.
La stessa legge prevede inoltre che una quota compresa generalmente tra il 20% e il 30% del territorio agro-silvo-pastorale regionale sia destinata alla protezione della fauna, con una disciplina specifica per il territorio alpino.
In Italia, quindi, il problema non è semplicemente stabilire quanto territorio “aprire” o “chiudere” alla caccia.
La gestione passa attraverso una complessa pianificazione regionale e provinciale, aree protette, oasi, zone di ripopolamento e cattura, ambiti territoriali di caccia e altre forme di destinazione del territorio.
Una differenza fondamentale: il territorio
Ed è probabilmente qui che il confronto tra Italia e Stati Uniti diventa più interessante.
Gli Stati Uniti dispongono di enormi estensioni di territorio pubblico. Il National Wildlife Refuge System comprende centinaia di aree distribuite sul territorio nazionale e la gestione può essere organizzata su superfici enormemente più grandi rispetto a quelle tipiche italiane.
L’Italia, invece, è un territorio densamente antropizzato.
Case, strade, infrastrutture, attività agricole, aree industriali e piccoli centri abitati si intrecciano continuamente con gli habitat naturali.
Di conseguenza, la gestione della fauna deve confrontarsi quotidianamente anche con problemi di sicurezza, danni all’agricoltura, frammentazione degli habitat e conflitti tra differenti utilizzi dello stesso territorio.
Questo rende difficile importare direttamente il modello americano.
Ma non significa che non ci siano elementi interessanti da osservare.
Cosa possiamo imparare dal modello americano?
Probabilmente non una semplice maggiore apertura alla caccia.
Il punto più interessante è il rapporto tra caccia, gestione scientifica della fauna e finanziamento della conservazione.
Negli Stati Uniti il cacciatore viene inserito all’interno di un sistema più ampio nel quale licenze, imposte sui prodotti legati alla caccia 1.488 nuove opportunità in 32 Stati e oltre 92 milioni di acri disponibili. Una scelta che unisce accesso al territorio, gestione della fauna e conservazione.e altre entrate contribuiscono direttamente alla gestione della fauna e degli habitat.
Il Fish and Wildlife Service indica che i fondi del Wildlife Restoration Program finanziano, tra le altre cose, gestione delle popolazioni, ricerca, conservazione degli habitat, accesso pubblico alle aree naturali ed educazione venatoria.
È una logica che merita di essere osservata anche in Europa.
Non perché il modello americano debba essere copiato integralmente, ma perché pone una domanda importante:
quanto potrebbe essere più efficace la gestione della fauna se il cacciatore fosse considerato sempre più come parte integrante del sistema di conservazione e gestione del territorio?
Più caccia non significa automaticamente più conservazione
È importante anche evitare l’errore opposto.
L’apertura di un’area alla caccia non è di per sé una garanzia di buona gestione.
La conservazione dipende dalla qualità dei dati scientifici, dal monitoraggio delle popolazioni, dalla corretta individuazione delle specie e dei contingenti prelevabili, dai controlli e dalla capacità delle amministrazioni di modificare rapidamente le regole quando le condizioni ambientali cambiano.
La stessa impostazione americana lega infatti l’accesso venatorio alla compatibilità con gli obiettivi di conservazione delle singole aree.
La vera questione, quindi, non dovrebbe essere soltanto:
“Caccia sì o caccia no?”
Ma:
“Come gestiamo nel modo migliore la fauna selvatica e il territorio?”
Un dibattito che riguarda anche l’Italia
La decisione americana può quindi rappresentare un’occasione per aprire una discussione più ampia anche nel nostro Paese.
L’Italia ha una legislazione molto articolata sulla fauna selvatica, ma deve confrontarsi con un territorio sempre più antropizzato, con habitat frammentati e con una crescente presenza di fauna selvatica in aree agricole e periurbane.
La sfida dei prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra conservazione della biodiversità, agricoltura, sicurezza, tutela degli habitat e attività venatoria.
Il caso americano mostra che caccia e conservazione non devono necessariamente essere considerate due concetti opposti.
Possono diventare parti dello stesso sistema quando il prelievo è regolamentato, monitorato e inserito all’interno di una strategia più ampia di gestione della fauna.
E forse è proprio questo il punto su cui sarebbe utile discutere anche in Italia: meno contrapposizione ideologica e più dati, monitoraggio e gestione concreta del territorio.
