Referendum sulla caccia 2026: chi lo promuove, cosa prevede e perché torna ciclicamente

È partita una nuova raccolta firme per due quesiti referendari che riguardano la caccia. Ma cosa prevedono realmente? Chi li ha promossi e perché iniziative di questo tipo vengono riproposte periodicamente?
Negli ultimi giorni è tornato al centro dell’attenzione il tema del referendum sulla caccia.
La raccolta firme è stata avviata nel luglio 2026 e può essere effettuata anche online attraverso gli strumenti di identificazione digitale. L’obiettivo dei promotori è raggiungere il numero di firme necessario per proseguire l’iter previsto per i referendum abrogativi.
Ma prima di parlare semplicemente di “referendum per abolire la caccia”, è necessario fare una precisazione: i quesiti depositati intervengono su specifiche norme dell’ordinamento italiano e non consistono in una domanda diretta del tipo “volete abolire la caccia?”.
Chi ha promosso l’iniziativa?
Tra i principali promotori dell’iniziativa figura ORA – Rispetto per tutti gli animali, associazione presieduta da Giancarlo De Salvo.
Non si tratta quindi di una campagna nata improvvisamente nel 2026.
Il tema del referendum sulla caccia viene riproposto da diversi anni dallo stesso ambiente associativo. Già in passato erano state promosse iniziative referendarie riguardanti la normativa venatoria e, in particolare, l’articolo 842 del Codice civile.
La nuova raccolta firme si inserisce quindi in una battaglia che alcune associazioni animaliste portano avanti da tempo e che utilizza, tra gli altri strumenti, anche quello referendario.
Due quesiti, non una semplice domanda sulla caccia
I quesiti del 2026 riguardano due norme differenti.
Il primo interessa l’articolo 842 del Codice civile, norma che disciplina la possibilità, nei casi previsti dalla legge, di accedere a determinati fondi altrui per esercitare la caccia.
Il secondo interviene invece sull’articolo 19-ter delle disposizioni di coordinamento e transitorie del Codice penale, relativamente al riferimento alla caccia nell’ambito delle attività disciplinate dalla normativa speciale.
Questa distinzione è importante perché nella comunicazione sui social tutto viene spesso sintetizzato con l’espressione:
“Referendum per abolire la caccia”.
Dal punto di vista tecnico-giuridico, però, la questione è più complessa.
L’eventuale abrogazione delle norme oggetto dei quesiti non equivale semplicemente alla cancellazione della legge 157/1992, che costituisce il principale riferimento nazionale per la protezione della fauna selvatica e per la disciplina dell’attività venatoria.
Per questo è importante distinguere tra l’obiettivo dichiarato dai promotori e gli effetti giuridici che un’eventuale abrogazione produrrebbe concretamente.
Perché il referendum torna periodicamente?
La domanda è interessante perché iniziative simili non sono una novità.
Nel corso degli ultimi anni sono state organizzate diverse campagne referendarie riguardanti la caccia e altri temi legati alla tutela degli animali.
Il motivo è anche legato alla natura stessa dello strumento referendario.
Il referendum abrogativo permette infatti ai cittadini di chiedere la cancellazione, totale o parziale, di una norma attraverso una procedura che, una volta superate le diverse fasi previste dalla legge, può arrivare direttamente al voto popolare.
Per i promotori rappresenta quindi uno strumento politico alternativo all’attività parlamentare.
Se una determinata modifica legislativa non viene approvata dal Parlamento nella direzione auspicata da un’associazione, la raccolta firme può diventare un modo per portare direttamente la questione davanti agli elettori.
C’è però anche un’altra funzione: la mobilitazione dell’opinione pubblica.
Una raccolta firme permette infatti di riportare periodicamente un argomento al centro del dibattito, coinvolgere sostenitori e simpatizzanti e mantenere alta l’attenzione sul tema.
Questo non significa necessariamente che una raccolta firme sia destinata ad arrivare al voto: per il referendum abrogativo nazionale è necessario raggiungere 500.000 firme valide, oltre a superare i successivi controlli previsti dalla procedura.
È davvero una priorità per il Paese?
Qui si entra inevitabilmente nel campo delle opinioni.
In una democrazia non esiste una classifica ufficiale degli argomenti sui quali i cittadini possono promuovere una raccolta firme.
Chi ritiene che la caccia debba essere abolita può considerare questo tema una priorità. Allo stesso modo, altri cittadini possono ritenere più urgenti questioni come sanità, lavoro, sicurezza, pensioni, costo dell’energia, agricoltura o pressione fiscale.
La vera domanda, quindi, non è tanto se sia legittimo parlare di caccia mentre esistono altri problemi — naturalmente lo è — ma piuttosto se l’abolizione della caccia rappresenti la risposta più efficace ai problemi di gestione della fauna selvatica e dell’ambiente.
Ed è una questione molto più complessa.
La gestione della fauna non riguarda soltanto la caccia
Il rapporto tra fauna selvatica, agricoltura, ambiente e attività umane presenta oggi numerose problematiche.
Danni alle colture, incidenti stradali causati dalla fauna, crescita delle popolazioni di alcune specie, specie invasive, gestione delle aree protette, conservazione degli habitat e cambiamenti climatici sono soltanto alcuni degli elementi che devono essere considerati.
In questo quadro, la discussione rischia talvolta di essere ridotta alla contrapposizione:
“caccia sì” contro “caccia no”.
Ma la gestione faunistica è un problema molto più articolato.
La questione dovrebbe quindi essere affrontata anche attraverso dati scientifici, censimenti, monitoraggi delle popolazioni e valutazioni degli effetti delle diverse forme di gestione.
Succede anche negli altri Paesi?
Il tema della caccia e della gestione della fauna arriva periodicamente al voto anche in altri Paesi.
Un esempio particolarmente significativo è la Svizzera, dove nel 2020 gli elettori furono chiamati a pronunciarsi sulla revisione della legislazione federale sulla caccia.
In quel caso il referendum riguardava soprattutto le modifiche alla normativa sulla gestione della fauna e delle specie protette, compreso il lupo.
La revisione fu respinta dagli elettori con il 51,9% dei voti.
L’esempio svizzero dimostra quindi che il rapporto tra caccia, protezione degli animali e gestione della fauna può diventare oggetto di referendum anche in altri Paesi europei.
La differenza è però importante: non sempre il confronto riguarda l’esistenza stessa della caccia. Molto spesso il dibattito riguarda come, dove, quando e con quali strumenti debba essere gestita la fauna selvatica.
Una battaglia che probabilmente continuerà
La nuova raccolta firme dimostra che il confronto sulla caccia è tutt’altro che concluso.
Da una parte ci sono le associazioni animaliste che puntano a una drastica riduzione o all’eliminazione dell’attività venatoria.
Dall’altra ci sono il mondo venatorio, parte del mondo agricolo e numerose realtà territoriali che considerano la caccia, se correttamente regolamentata, uno degli strumenti che possono concorrere alla gestione della fauna.
Al di là delle diverse posizioni, una cosa è certa: il tema continuerà a tornare nel dibattito pubblico italiano.
E proprio per questo sarebbe importante affrontarlo senza slogan.
Capire chi promuove una determinata iniziativa, quali norme si vogliono modificare, quali sarebbero realmente le conseguenze giuridiche e quali alternative esistono è molto più utile che limitarsi a condividere un titolo sui social.
Il referendum, prima ancora di essere una scelta sulla caccia, è una questione sulla quale è necessario conoscere esattamente cosa si sta chiedendo agli elettori.
