Se domani potessi cambiare tutto: come gestirei davvero la fauna in Italia?

Meno ideologia, più territorio. Meno guerre sul calendario venatorio, più censimenti, habitat, prevenzione e risultati misurabili. Se avessi domani la possibilità di ripensare completamente la gestione della fauna selvatica italiana, partirei da una domanda diversa: non “quanta caccia vogliamo?”, ma “quale fauna e quale territorio vogliamo lasciare alle prossime generazioni?”.
Proviamo per un momento a mettere da parte la solita contrapposizione.
Cacciatori contro ambientalisti.
Caccia sì contro caccia no.
Calendari venatori, ricorsi, sospensioni, controricorsi e discussioni che ogni anno sembrano ricominciare esattamente dal punto di partenza.
Immaginiamo invece di avere la possibilità di premere un pulsante e ridisegnare completamente il sistema.
Non per abolire la caccia.
Non per aumentarla.
Per gestire davvero il territorio.
Primo: sapere quanti animali abbiamo
Sembra banale, ma una gestione seria dovrebbe partire da qui.
Prima di decidere quanto proteggere, quanto prelevare o quando intervenire, bisogna sapere con una ragionevole certezza quanti animali ci sono, dove si trovano e come stanno cambiando nel tempo.
Per ogni specie che necessita di gestione servirebbero monitoraggi standardizzati:
- consistenza delle popolazioni;
- distribuzione;
- andamento negli anni;
- successo riproduttivo;
- mortalità;
- condizioni dell’habitat;
- principali fattori di pressione.
La normativa italiana già prevede che la pianificazione faunistico-venatoria sia fondata sulla conoscenza delle risorse faunistiche e sulla consistenza delle popolazioni. La legge 157/1992 parla espressamente di censimenti e rilevazioni faunistiche.
Quindi non dobbiamo inventare il principio.
Dobbiamo chiederci quanto efficacemente lo stiamo applicando.
Secondo: stabilire dove vogliamo arrivare
Censire non basta.
Dopo aver raccolto i dati bisogna stabilire degli obiettivi.
Quale densità di cinghiali è compatibile con un determinato territorio?
Quanti ungulati può sostenere un habitat senza provocare danni eccessivi?
Quali specie devono essere incrementate?
Quali popolazioni devono invece essere contenute?
E soprattutto: gli obiettivi possono essere diversi da territorio a territorio.
Un’area agricola densamente coltivata non è uguale a un’area montana.
Una zona umida non è uguale a un bosco.
Un territorio con forte presenza di infrastrutture non è uguale a un’area naturale.
Perché allora dovrebbe esistere una gestione completamente uniforme?
Terzo: occuparsi dell’habitat prima che arrivi la stagione venatoria
Se davvero vogliamo proteggere la fauna, non possiamo ricordarci degli animali soltanto quando arriva settembre.
La gestione dovrebbe durare dodici mesi.
Zone umide.
Fontanili.
Boschi.
Siepi.
Corridoi ecologici.
Aree di rifugio.
Disponibilità d’acqua.
Gestione delle coltivazioni.
Riduzione della frammentazione degli habitat.
La stessa legge 157/1992 prevede nei piani faunistico-venatori interventi di miglioramento ambientale e incentivi per interventi destinati alla tutela e al ripristino degli habitat.
La domanda diventa quindi molto semplice:
quanto denaro e quante energie vengono realmente investiti nel territorio e quali risultati producono?
Quarto: la caccia dovrebbe essere uno strumento, non il sistema
In un modello diverso, la domanda non sarebbe:
“Quanti giorni di caccia possiamo concedere?”
Sarebbe:
“Quale livello di prelievo è compatibile con gli obiettivi di gestione di quella popolazione?”
Se una specie è in difficoltà, il prelievo deve diminuire o fermarsi.
Se una popolazione cresce oltre la capacità del territorio e produce danni significativi, il prelievo può diventare uno degli strumenti disponibili.
Naturalmente non tutte le specie possono essere gestite nello stesso modo.
Ed è proprio questo il punto.
La caccia non dovrebbe essere né il problema da eliminare a prescindere né la soluzione a tutti i problemi.
Dovrebbe essere uno degli strumenti di gestione.
Quinto: intervenire prima che il problema esploda
Un sistema realmente moderno dovrebbe essere capace di reagire rapidamente.
Arriva una grave siccità?
Si valuta l’impatto sulla fauna.
Arriva un’epidemia?
Si interviene.
Una popolazione crolla?
Si riduce la pressione.
Una specie raggiunge densità incompatibili con il territorio?
Si interviene prima che i danni diventino incontrollabili.
La legge già prevede la possibilità di limitare il prelievo in determinate condizioni e, in presenza di particolari condizioni ambientali, stagionali o climatiche, di intervenire sull’attività venatoria.
Ma un sistema ancora migliore dovrebbe stabilire in anticipo criteri chiari e misurabili.
Meno spazio alle interpretazioni.
Più spazio ai dati.
Sesto: prevenire i danni invece di limitarsi a risarcirli
Il conflitto tra fauna e agricoltura è uno degli esempi più evidenti.
Quando un cinghiale distrugge un campo, il problema non dovrebbe iniziare con la richiesta di risarcimento.
Bisognerebbe chiedersi perché quel territorio è diventato così vulnerabile e quale combinazione di strumenti può ridurre il problema.
Prevenzione.
Recinzioni.
Dissuasori.
Gestione dell’habitat.
Controllo delle popolazioni.
Monitoraggio delle aree maggiormente esposte.
E poi bisogna misurare l’efficacia.
Se una misura costa un milione di euro e riduce i danni del 5%, forse bisogna cambiare strategia.
Se un’altra misura costa la metà e riduce i danni del 40%, forse bisogna investire lì.
Anche la gestione della fauna dovrebbe essere valutata sulla base del rapporto tra risorse impiegate e risultati ottenuti.
Settimo: coinvolgere tutti, ma nessuno deve avere il monopolio della verità
Cacciatori.
Agricoltori.
Ambientalisti.
Parchi.
Università.
Enti locali.
Tecnici.
Ognuno possiede una parte delle conoscenze necessarie.
Chi vive il territorio quotidianamente può raccogliere informazioni che difficilmente emergono da un ufficio.
Chi fa ricerca può trasformare quelle osservazioni in dati scientificamente utilizzabili.
Chi lavora in agricoltura conosce direttamente i danni.
Le associazioni ambientaliste possono portare l’attenzione sulla conservazione degli habitat e delle specie.
Le associazioni venatorie possono contribuire al monitoraggio e alla gestione.
Ma nessuno dovrebbe avere automaticamente l’ultima parola.
La decisione dovrebbe appartenere al metodo e ai dati.
Ottavo: anche le associazioni dovrebbero essere giudicate dai risultati
Questo vale per tutti.
Se un’associazione chiede la sospensione della caccia perché una specie è in difficoltà, la domanda successiva dovrebbe essere:
“Qual è il piano concreto per aiutare quella specie?”
Quali habitat devono essere recuperati?
Quanti ettari?
Con quali risorse?
In quanto tempo?
Quale risultato ci aspettiamo?
Ma lo stesso principio deve valere per il mondo venatorio.
Se si chiede un aumento del prelievo, bisogna dimostrare che la popolazione può sostenerlo.
Se si chiede di mantenere una determinata specie cacciabile, bisogna avere dati che dimostrino che il prelievo è compatibile con gli obiettivi di conservazione.
Nessuno dovrebbe poter chiedere qualcosa senza essere disposto a misurarne le conseguenze.
Nono: rendere trasparente ogni euro
Qui farei probabilmente una delle modifiche più importanti.
Ogni Regione dovrebbe pubblicare ogni anno un vero e proprio bilancio della gestione faunistica.
Quanto denaro è stato raccolto?
Quanto è stato speso?
Per cosa?
Quanti soldi sono andati a:
- censimenti;
- monitoraggi;
- habitat;
- prevenzione;
- risarcimenti;
- controllo della fauna;
- personale;
- progetti di conservazione;
- contenzioso?
E soprattutto:
quali risultati abbiamo ottenuto?
Perché spendere denaro non è automaticamente sinonimo di gestire bene.
Decimo: una pagella annuale del territorio
Alla fine dell’anno vorrei poter leggere una pagina molto semplice.
Cinghiale: popolazione -15%.
Danni agricoli: -28%.
Incidenti stradali: -17%.
Zone umide recuperate: 42.
Ettari di habitat migliorati: 1.800.
Specie X: popolazione +12%.
Costo della gestione: 8 milioni di euro.
E poi:
Obiettivi raggiunti: 7 su 10.
Se il piano funziona, si continua.
Se non funziona, si cambia.
Senza aspettare altri dieci anni.
E i ricorsi?
Non penso che i ricorsi debbano sparire.
Il diritto di contestare una decisione deve rimanere.
Ma un sistema migliore dovrebbe cercare di ridurre la necessità di arrivare continuamente al contenzioso.
Se le regole sono chiare.
Se i dati sono pubblici.
Se i criteri sono stabiliti prima.
Se le decisioni sono motivate.
Se i monitoraggi sono accessibili.
Il confronto può avvenire molto prima che una stagione venatoria finisca davanti a un tribunale.
E il calendario venatorio?
Arriverebbe alla fine.
Non dovrebbe essere il punto di partenza.
Prima:
territorio → habitat → popolazioni → obiettivi → monitoraggio → interventi.
Poi:
prelievo.
In alcuni casi potrebbe essere maggiore.
In altri minore.
In altri ancora potrebbe essere necessario sospenderlo.
E potrebbe cambiare da un anno all’altro sulla base dei risultati.
Questa sarebbe una vera gestione adattiva.
Ma siamo davvero così lontani?
La parte forse più interessante è che molti degli strumenti necessari esistono già sulla carta.
La normativa italiana prevede la pianificazione faunistico-venatoria, i censimenti, la gestione degli habitat, gli interventi di miglioramento ambientale e strumenti di controllo delle popolazioni.
Esistono inoltre piani di gestione e linee guida scientifiche dedicate a diverse specie.
Quindi la domanda non dovrebbe essere semplicemente:
“Perché in Italia non si gestisce la fauna?”
Sarebbe troppo facile.
La domanda più seria è:
Gli strumenti che abbiamo sono sufficientemente coordinati, finanziati, applicati e soprattutto verificati nei risultati?
Se domani potessi cambiare tutto
Non abolirei la caccia.
Non la aumenterei semplicemente.
Non abolirei le associazioni ambientaliste.
Non affiderei la gestione esclusivamente ai cacciatori.
E non la affiderei esclusivamente agli ambientalisti.
Cambierei il paradigma.
La fauna sarebbe il patrimonio da gestire.
Il territorio sarebbe il luogo sul quale intervenire.
La scienza fornirebbe i dati.
Le istituzioni fisserebbero gli obiettivi.
Cacciatori, agricoltori, ambientalisti, università e altri soggetti contribuirebbero alla gestione secondo competenze e responsabilità precise.
E ogni anno dovremmo poter verificare se quello che abbiamo fatto ha funzionato.
Perché forse il problema più grande della discussione sulla caccia non è stabilire se qualcuno abbia ragione o torto.
È che continuiamo a discutere soprattutto di quello che possiamo fare.
Quando dovremmo discutere molto di più di quello che vogliamo ottenere.
La domanda, allora, non sarebbe più:
“Cacciare è giusto o sbagliato?”
Ma:
“Stiamo gestendo bene il patrimonio faunistico che abbiamo?”
A questa domanda, alla fine, dovrebbero rispondere tutti.
Cacciatori. Ambientalisti. Agricoltori. Regioni. Stato.
E soprattutto, dovrebbero rispondere i risultati sul territorio.
Cosa ne pensi? Come dovrebbe funzionare il sistema caccia da noi?
