Caldo, siccità e caccia: quando il clima dovrebbe cambiare il calendario venatorio?

Le associazioni ambientaliste chiedono alle Regioni di sospendere o limitare la caccia a settembre a causa delle condizioni climatiche. Ma se caldo, siccità e disponibilità d’acqua cambiano così tanto da territorio a territorio, è corretto parlare di una situazione uguale per tutta Italia?
Il tema della stagione venatoria torna ancora una volta a incrociarsi con quello del clima.
Il 5 agosto il WWF Italia ha inviato alle Regioni una formale richiesta per sospendere o limitare l’attività venatoria nel mese di settembre. Secondo l’associazione, temperature record, prolungata assenza di precipitazioni, deficit idrico e incendi boschivi starebbero mettendo sotto pressione gli ecosistemi e la fauna selvatica proprio in una fase delicata del ciclo biologico di molte specie.
Le associazioni ambientaliste chiedono, inoltre, alle Regioni di avviare specifiche istruttorie tecnico-scientifiche per valutare gli effetti delle condizioni climatiche sulle popolazioni faunistiche e, nel frattempo, di adottare provvedimenti cautelativi.
Una richiesta che pone una questione importante.
Ma le condizioni climatiche e idriche sono davvero le stesse in tutta Italia?
Il clima non è uguale dappertutto
Quando si parla di caldo e siccità si tende facilmente a ragionare sull’Italia come se fosse un territorio uniforme.
Non lo è.
La situazione delle risorse idriche può essere molto diversa tra Nord e Sud, tra una regione e l’altra e perfino tra territori appartenenti alla stessa regione.
Gli stessi dati dell’ISPRA sulla severità idrica mostrano infatti un quadro articolato, con condizioni differenti nei vari distretti e nei diversi comparti di utilizzo dell’acqua.
Questo non significa che il caldo non rappresenti un problema per la fauna.
Significa che, se il clima viene utilizzato come elemento per modificare un calendario venatorio, bisogna prima capire quale sia la situazione concreta del territorio interessato.
Caldo e siccità non sono necessariamente la stessa cosa
Una temperatura molto elevata può rappresentare uno stress per gli animali selvatici anche quando non siamo di fronte a una vera emergenza idrica.
Allo stesso modo, la scarsità d’acqua può avere effetti differenti a seconda della disponibilità di fonti naturali, della presenza di corsi d’acqua, zone umide, invasi, coltivazioni irrigue e condizioni dell’habitat.
Per questo motivo una domanda dovrebbe essere posta prima di arrivare a una decisione:
quali condizioni devono verificarsi perché il caldo o la siccità diventino un motivo concreto per modificare il calendario venatorio?
Basta una determinata temperatura?
Serve un certo numero di giorni consecutivi?
Conta la quantità di pioggia caduta?
Oppure bisogna valutare contemporaneamente temperatura, precipitazioni, disponibilità idrica e stato delle popolazioni faunistiche?
Un esempio arriva dalla Calabria
Guardare al territorio può aiutare a capire il problema.
La Calabria, territorio che conosco molto bene, ha vissuto un 2025 caratterizzato da condizioni siccitose e temperature elevate. ARPACAL ha però evidenziato che il 2026 ha mostrato, almeno nei primi mesi dell’anno, una situazione differente, con precipitazioni superiori ai valori medi regionali nel primo trimestre. L’agenzia ha parlato di un’inversione di tendenza, pur sottolineando la necessità di ulteriori dati per valutare se possa trattarsi di un cambiamento strutturale.
Anche il quadro delle risorse idriche è cambiato rispetto alle condizioni più critiche registrate in precedenza.
A fine luglio, gli aggiornamenti sull’andamento della risorsa idrica indicavano per il comparto irriguo una situazione di severità bassa nel territorio del Distretto dell’Appennino Meridionale, mentre per la Calabria rimanevano comunque situazioni specifiche da monitorare, comprese quelle relative a Crotone e Reggio Calabria.
È un esempio utile proprio perché dimostra quanto sia difficile descrivere una realtà complessa con una sola parola: “siccità”.
La Calabria non può essere considerata automaticamente immune dagli effetti del caldo e della carenza d’acqua.
Ma allo stesso tempo non sarebbe corretto considerare ogni territorio italiano come se stesse attraversando la stessa emergenza.
E la fauna?
Qui bisogna fare un passo ulteriore.
La disponibilità di acqua negli invasi non ci dice automaticamente come stanno le popolazioni di fauna selvatica.
Un dato positivo sulle riserve idriche non dimostra che una specie non sia sottoposta a stress.
Ma vale anche il contrario:
la presenza di temperature elevate non dimostra automaticamente che una determinata popolazione faunistica sia in condizioni tali da rendere necessario sospendere la caccia.
Per arrivare a questa conclusione servono dati specifici.
Quali specie sono interessate?
Qual è il loro stato di conservazione?
Quali sono le condizioni degli habitat?
Quanto è durato l’evento climatico?
Quali effetti sono stati osservati sulla disponibilità di acqua e cibo?
E soprattutto: quanto incide realmente l’attività venatoria rispetto agli altri fattori di stress presenti in quel determinato periodo?
La richiesta del WWF contiene un punto importante
Al di là delle diverse posizioni sulla caccia, c’è un elemento della richiesta del WWF che merita attenzione.
L’associazione non chiede soltanto uno stop: chiede anche alle Regioni di avviare istruttorie tecnico-scientifiche sugli effetti delle condizioni climatiche sulla fauna.
Ed è probabilmente proprio da qui che dovrebbe partire il confronto.
Non dalla contrapposizione tra cacciatori e ambientalisti.
Non dalla percezione di chi vive in una determinata zona.
E nemmeno dall’idea che un’estate particolarmente calda debba automaticamente comportare la chiusura della caccia.
Servono dati.
Servono criteri uguali, ma applicati ai territori
Forse la soluzione potrebbe essere quella di stabilire criteri oggettivi.
Se determinate condizioni climatiche e ambientali rappresentano un rischio concreto per la fauna, dovrebbe essere possibile intervenire.
Ma quei criteri dovrebbero essere misurabili e verificabili.
E soprattutto dovrebbero tenere conto delle differenze territoriali.
Perché se una determinata area è colpita da una grave crisi idrica, da incendi estesi e da condizioni ambientali eccezionali, la situazione può essere molto diversa da quella di un’altra regione nella quale le precipitazioni e la disponibilità d’acqua sono state completamente differenti.
Una decisione nazionale può quindi partire da criteri comuni, ma la valutazione dovrebbe necessariamente guardare anche al territorio.
Il rischio di una decisione basata soltanto sul calendario
Il cambiamento climatico sta rendendo sempre più frequenti situazioni anomale.
Potremmo trovarci davanti a estati con temperature eccezionali, periodi di siccità alternati a precipitazioni molto intense e differenze enormi tra territori relativamente vicini.
Continuare a ragionare soltanto in termini di date fisse potrebbe quindi diventare sempre più complicato.
Ma questo vale in entrambe le direzioni.
Se le condizioni ambientali sono realmente incompatibili con una corretta gestione della fauna, bisogna poter intervenire.
Se invece non lo sono, una limitazione dovrebbe essere sostenuta da dati altrettanto solidi.
La vera domanda
Alla fine, quindi, forse la domanda non dovrebbe essere semplicemente:
“La caccia a settembre deve essere sospesa?”
La domanda dovrebbe essere:
“Quali condizioni devono verificarsi perché sia necessario sospenderla?”
E ancora:
“Chi deve stabilirlo e sulla base di quali dati?”
Se vogliamo affrontare seriamente il rapporto tra cambiamenti climatici e attività venatoria, forse è arrivato il momento di andare oltre la contrapposizione ideologica.
Un sistema basato su parametri climatici, disponibilità idrica, condizioni degli habitat e dati sulla fauna potrebbe permettere di intervenire quando realmente necessario.
E dovrebbe farlo indipendentemente da chi presenta la richiesta.
Perché la tutela della fauna non dovrebbe essere né una bandiera dei cacciatori né una battaglia degli ambientalisti.
Dovrebbe essere una questione di dati, gestione e responsabilità.
E se il clima non è uguale in tutta Italia, forse anche le decisioni sulla caccia dovrebbero essere abbastanza intelligenti da tenerne conto..
