E se da domani la caccia chiudesse per sempre? Cosa accadrebbe davvero?

Immaginiamo, per un momento, uno scenario che oggi può sembrare estremo: da domani la caccia viene completamente abolita in Italia.
Niente più aperture.
Niente più preaperture.
Niente più giornate nei boschi.
Niente più cacciatori che partono all’alba nei mesi autunnali e invernali.
La decisione sarebbe definitiva.
Per chi considera la caccia un’attività da eliminare, sarebbe una conquista.
Per centinaia di migliaia di persone, invece, significherebbe la fine di una tradizione e di un’attività praticata da generazioni.
Ma una domanda dovrebbe essere posta a tutti, indipendentemente dalle proprie convinzioni:
cosa succederebbe realmente il giorno dopo?
Perché eliminare la caccia non significherebbe semplicemente eliminare lo sparo di un fucile.
Significherebbe modificare un sistema molto più grande.
La fauna selvatica non scomparirebbe. Anzi
Il primo effetto sarebbe inevitabilmente legato alla gestione delle popolazioni selvatiche.
La pressione venatoria verrebbe meno e, per alcune specie, questo potrebbe tradursi nel tempo in un aumento delle consistenze.
Ma la fauna non vive separata dal territorio.
Più animali significa anche più interazioni con le attività umane.
E quindi arriverebbero le domande:
Chi gestirebbe le popolazioni?
Chi interverrebbe quando aumentassero i danni all’agricoltura?
Chi si occuperebbe degli animali che entrano nei centri abitati?
Chi gestirebbe le situazioni di emergenza?
E soprattutto:
quanto costerebbe tutto questo?
Il problema non sparirebbe insieme alla caccia
Immaginiamo un’azienda agricola che oggi subisce danni provocati dalla fauna selvatica.
L’abolizione della caccia non cancellerebbe il problema.
Se aumentassero gli animali responsabili dei danni, bisognerebbe comunque intervenire.
La differenza sarebbe che la gestione dovrebbe essere completamente ripensata.
Potrebbero essere necessari più sistemi di prevenzione, più personale, più strutture e maggiori risorse pubbliche.
In altre parole, eliminare la caccia non significherebbe eliminare la gestione della fauna.
Significherebbe trasferire quella gestione altrove.
E qualcuno dovrebbe pagarne il costo.
Ma c’è un’altra conseguenza di cui si parla molto meno: l’economia
Quando si parla di caccia, spesso si considera soltanto il rapporto tra cacciatore e animale.
Ma intorno alla caccia esiste un’economia.
Un cacciatore acquista cartucce.
Mantiene il proprio fucile.
Compra abbigliamento.
Scarpe.
Ottiche e accessori.
Si occupa dei propri cani.
Acquista carburante.
Viaggia.
Mangia fuori casa.
In alcuni casi soggiorna in strutture ricettive.
E tutto questo genera reddito per altre persone.
Secondo uno studio Nomisma/Federcaccia riferito al 2019, la spesa annuale direttamente sostenuta dai cacciatori italiani era stimata in oltre 2,6 miliardi di euro, considerando diverse categorie di beni e servizi.
Questo non significa che, abolendo la caccia, quei 2,6 miliardi sparirebbero automaticamente.
Una parte verrebbe certamente destinata ad altri consumi.
Ma una parte potrebbe semplicemente non essere più spesa.
Ed è una differenza importante.
“Tanto i cacciatori faranno altro”
È probabilmente una delle obiezioni più immediate.
“Se non vanno a caccia, faranno pesca.”
“Faranno escursionismo.”
“Andranno al ristorante.”
“Compreranno altro.”
Può succedere.
Ma non possiamo dare per scontato che tutti sostituiscano la caccia con un’attività equivalente.
Un appassionato che ogni anno spende centinaia o migliaia di euro per la propria passione potrebbe decidere semplicemente di risparmiare quei soldi.
Oppure potrebbe ridurre drasticamente i propri consumi.
Oppure potrebbe acquistare prodotti e servizi completamente diversi.
E quindi una parte della spesa legata alla caccia potrebbe semplicemente scomparire da determinati territori e settori.
Le armerie: un esempio concreto
Pensiamo a un’armeria che opera in una zona dove la caccia rappresenta una parte importante della propria clientela.
L’attività potrebbe continuare a vendere prodotti destinati al tiro sportivo.
Ma sarebbe sufficiente?
Non necessariamente.
Per molte attività specializzate, la clientela venatoria rappresenta un mercato specifico fatto di acquisti ricorrenti:
munizioni, manutenzione, accessori, abbigliamento, calzature, ottiche e altri prodotti.
Se quella clientela scomparisse definitivamente, alcune armerie potrebbero riuscire a riconvertirsi.
Altre potrebbero ridimensionarsi.
Altre ancora potrebbero non riuscire a sopravvivere.
Non sarebbe corretto affermare che tutte le armerie fallirebbero.
Ma sarebbe altrettanto difficile sostenere che l’eliminazione completa della caccia non avrebbe alcuna conseguenza su questo settore.
E i piccoli centri rurali?
Forse è proprio qui che l’impatto sarebbe meno evidente a livello nazionale, ma più importante localmente.
Pensiamo a un piccolo paese dell’Appennino o delle aree interne.
In autunno e inverno arrivano cacciatori.
Partono presto.
Fanno colazione al bar.
Acquistano carburante.
Pranzano al ristorante.
Comprano prodotti locali.
In alcuni casi pernottano.
Frequentano negozi e attività del territorio.
Non sono necessariamente grandi numeri concentrati in un’unica giornata.
Ma sono presenze distribuite durante tutta la stagione.
E per una piccola attività commerciale, anche una clientela stagionale può essere importante.
Se quella presenza scomparisse per sempre, qualcuno potrebbe sostituirla.
Ma qualcuno potrebbe non farlo.
Un paese senza più cacciatori
Immaginiamo un piccolo comune dove ogni autunno e inverno arrivavano decine o centinaia di persone per praticare la propria passione.
Da un anno all’altro, quelle persone non arrivano più.
Il bar perde una parte delle colazioni.
Il ristorante perde alcuni pranzi.
Il distributore perde carburante.
Il negozio perde clienti.
La struttura ricettiva perde qualche pernottamento.
Presi singolarmente, potrebbero sembrare piccoli numeri.
Ma sommati nel corso di una stagione possono diventare importanti.
E soprattutto, nelle aree interne dove le opportunità economiche sono già limitate, perdere anche una piccola componente della domanda può avere un peso maggiore rispetto a una grande città.
E il lavoro?
Non ci sono soltanto i cacciatori.
Ci sono produttori, commercianti, rivenditori, artigiani e operatori che lavorano, direttamente o indirettamente, grazie alla domanda generata dal settore.
Alcuni potrebbero riconvertirsi.
Altri potrebbero trovare nuovi mercati.
Altri ancora potrebbero ridurre il personale o chiudere.
Ancora una volta, non sarebbe corretto prevedere un collasso generalizzato.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che un’intera filiera economica possa essere cancellata senza conseguenze.
E la carne di selvaggina?
C’è poi un’altra questione.
La selvaggina oggi entra, in misura diversa a seconda delle specie e dei territori, in una filiera alimentare.
Con la scomparsa della caccia diminuirebbe anche questa disponibilità.
Non sarebbe semplicemente una questione di quantità di carne.
Ci sarebbe anche una tradizione gastronomica e una filiera legata alla lavorazione e al consumo della selvaggina che verrebbe inevitabilmente modificata.
E i cacciatori?
Ci sono milioni di persone che hanno costruito intorno alla caccia una parte della propria vita sociale.
Gruppi di amici.
Tradizioni familiari.
Cani.
Condivisione del territorio.
Conoscenza dell’ambiente.
Rituali che si ripetono ogni stagione.
Per alcune persone la chiusura della caccia non rappresenterebbe semplicemente la perdita di un hobby.
Sarebbe la fine di una parte della propria identità e della propria vita sociale.
Questo elemento non può essere trasformato in un valore economico, ma non per questo è irrilevante.
La domanda che nessuno dovrebbe evitare
Se la caccia venisse abolita per sempre, non basterebbe dire:
“La natura starà meglio.”
Bisognerebbe spiegare cosa accadrebbe alla fauna.
Come verrebbero gestite le popolazioni.
Come verrebbero affrontati i danni all’agricoltura.
Chi gestirebbe le emergenze.
Quanto costerebbe la nuova gestione.
Cosa accadrebbe alle attività economiche collegate.
E cosa accadrebbe ai piccoli territori che oggi, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, beneficiano anche della presenza dei cacciatori.
Perché la domanda non sarebbe soltanto:
“Cosa perdiamo eliminando la caccia?”
Sarebbe anche:
“Cosa dobbiamo mettere in piedi per sostituire tutto ciò che oggi ruota intorno ad essa?”
Non è una difesa della caccia. È una domanda sul futuro
Si può essere favorevoli o contrari alla caccia.
Si può ritenere che debba essere profondamente modificata.
Si può pensare che alcune forme di prelievo debbano essere ridotte o eliminate.
Ma se si decide di cancellarla completamente, bisogna avere il coraggio di guardare anche alle conseguenze.
Perché una cosa è vietare un’attività.
Un’altra è gestire ciò che quella attività lasciava dietro di sé.
E allora forse la domanda più interessante non è:
“Cosa succederebbe se non ci fossero più cacciatori?”
Ma:
“Siamo davvero pronti a vivere in un Paese senza caccia e abbiamo già una risposta concreta a tutti i problemi e a tutte le conseguenze che ne deriverebbero?”
Perché una scelta definitiva richiede risposte definitive.
E soprattutto richiede qualcosa che nel dibattito sulla caccia spesso manca:
la capacità di guardare oltre lo slogan.
